in inverno é più frequente ammazzare le volpi e i gatti, come per esempio tenere un blog da diversi anni ma non parlare mai di argomenti interessanti. e tu che mi chiedevi cosa fossero i massacri successivi, forse intendevo questo ma non lo sapevo ancora nemmeno io. tanto per farci contenti guardiamoci un film di alberto sordi, dice, oppure lawrence olivier che fa il pazzo sull'amleto in bianco e nero. tanto per farci contenti parliamo di come si salta sulle mine antiuomo e si muore a quarant'anni. mi sembra anche assurdo dover affrontare questi temporali con un ombrello rotto. ricordati di aprire l'acqua fredda quando scoli la pasta, ricordati di farti fare i tarocchi, ricordati di dimenticare, ricordati di non rigare i dischi che ti piacciono per quando li vorrai riascoltare. il pensiero più grosso che ho è una lumaca che si è incastrata nell'apertura dello sportello che non vuole venire via e mi hanno detto che poi quando guido per l'alta velocità muore.
• lifesaver, emiliana torrini
e ci siamo visti tre volte, mi dici, come se per amarsi ci volesse l'autorizzazione al comune e poi stare insieme incollati come se per amarsi ci volesse di vivere insieme di versarsi il the di scaldarsi le mani di combattere il freddo di scrivere per combattere l'acne la tua frangetta è diventata una zona militare - mi ricordo ferrara sotto le lucine che piano piano vanno giù e aspettarti che mi vieni a prendere in macchina, quella stazione adesso mi sembra casa mia, la parafarmacia del dottor giacomo mi sembra casa di mia nonna, col giardino e gli olivi e i cani che corrono in gruppo disperdendo i latrati nell'aria. ma ti pare che per amarsi non bastino tre volte, guardarsi e mettere le gambe una sopra l'altra, ma ti pare che bisogna sempre buttar via gli scontrini - anche io so scrivere bei testi con parole a caso, farò del mio vocabolario un uso prezioso, non arriverò in ritardo, ma tu come lo spieghi quel cadavere di volpe che ormai è una settimana che è lì in mezzo all'autostrada?
• saeglopur, sigur ròs
ma non mi piacerebbe raccontarti la mia vita come un gazzettino, mi piace piuttosto ricordare che ti spalmavi sotto il mio piumone ringraziando l'invenzione del mio scaldacoperte che nessuno, più di te, ha amato tanto. e non mi piacerebbe chiederti dove sei stato e quanto hai pianto, anche perché suppongo tu non l'abbia fatto, facendo i calcoli suppergiù della durata dei nostri momenti in condivisione, la birra, la puzza di fumo che impregnava i vestiti, la regolazione degli ISO o per esempio le cose che mi hai pagato. non mi dimentico di essere stata in piazza enrico berlinguer, con te, in un cinema, con te, ad ascoltare i perturbazione che credevamo non suonassero più - ed era un'illusione, vedi! ritornano le piante, le foglie, il caldo che non abbiamo vissuto, dovevamo andare ad arezzo ma ciao, stenderci sui prati ma ciao, ascoltare di nuovo i marta sui tubi. addio, addio ai tuoi capelli del cazzo, ai tuoi disegni in ritardo, sono contenta che non me lo chiedi, come sto, del resto non è servito piangerti davanti per convincerti ad abbracciarmi, del resto vedi?, mi pare adesso stupido fare lo scontrino delle riserve e dei rimpianti, vedo centomila dei tuoi cuori che sorridono contenti, mi fanno male i denti ma pazienza.
• morte di una medusa, babalot
ho incontrato lungo il mio tragitto una macchina scivolata lungo la scarpata che finiva in un campo arato, un ragazzo con un cane in braccio che tremava ancora, e tutti i finestrini spaccati - mi ha ricordato il tuo arrivo diverso tempo fa, mi ha ricordato l'odore della vernice nuova viola data alle pareti della mia stanza ottobre scorso, coi viaggi all'ikea e il letto nel bel mezzo della stanza, ammassati in un unico epicentro unico con la scrivania, l'armadio e la sedia. sarebbe bello dormirci sopra e dimenticare l'umore che avevo quando ci salutavamo, rideresti ancora di me e delle mie dislessie, rideresti per le cose che ho da raccontare, non studierei con la concentrazione di adesso, ti scriverei ancora lettere fittissime, e la scatola dei ricordi esonderebbe per finire in una pozzanghera che mi piove nella camera. era bello camminare ignari per corso italia ascoltando le canzoni imposte dal negozio di dischi e lasciate pervadere la via, ai passati nei cappotti e alla loro indifferenza, alle banche che non emettevano denari, ai semafori sempre rossi, al mio inverno lungo e solitario, ai tranci di pizza che ho guardato da oltre il vetro e ai cinema, tutti i cinema che mi sono persa, - qualcuno mi rimprovera ancora se parlo sempre al passato, se mi piace voltarmi indietro, se sguazzo tremendamente a mio agio nella malinconia e non mi accontento della felicità di oggi e tengo strette tutte le mie modestissime polaroid, quando ti dicevo ti immagini che bello riuscire a fotografare la polaroid di un tuffo e tu dicevi non ci vuole niente, basta mettere dei tempi lunghi.
• there, shiva batka
prenditi cura di me, prenditi cura, cuuuuura di me. ho un blog orfano che chiede attenzioni e molte idee per la testa come palloncini sospesi, mi piace andare al cinema e piangere con te, pianificare, mi piacciono i mal di stomaco con te, il raffreddore, perdere sangue, sporcare le lenzuola, le inaugurazioni alle mostre di pittura. mi piace dente! fami scappare la pipì quando non c'entra niente. dal bagno della tua finestra vedo sempre una girandola sul canale di ferrara, resiste lì da almeno due stagioni, hai visto, avevi paura, avevi paura che non avremmo resistito agli inverni, ai cambi degli armadi, ai maglioni, avevi la curiosità di vedermi con le maglie a collo alto e le uniche che ho non le metto mai, tu ti vergogni per me. mi viene da ridere a pensare alle scarpe rotte, a te che parli, ai capelli, ai ristoranti, ai gelati fritti, ai biglietti del cinema - il primo. ti sei accorto che siamo andati al cinema insieme per la prima volta? e per trovare il coraggio abbiamo dovuto far passare quattro mesi, abbiamo dovuto aspettare le proposte autunnali, abbiamo dovuto rinunciare ai 3d, alle gite fino a como, abbiamo stuprato quest'italia in lungo e in largo - chi ci accoglie a sud? abbiamo stuprato l'italia, e masticata e assaporata, oggi ho spento la macchina pensando che ho accumulato altri trecento chilometri da mettere nella tesserina che dopo essere arrivati a tremila mi dai un bacio gratis.
• the only moment we were alone, explosions in the sky
la puntualità dei treni mi mette a disagio in quel modo che poi mi fa toccare il collo e grattarmi lievemente la nuca. e a forza di grattarmi il naso mi sono scartavetrata la pelle, è un verbo abbastanza particolare, come sentire freddo di fronte al locomotiv a bologna andando al concerto sbagliato ma andando anche furbamente fieri della tessera arci - tu che vorresti che avessi più a cuore quella elettorale, io vorrei solo un cuore con la q, a sentire mia madre che scrive lettere d'amore a farmi venire la nausea a stringermi negli intercity. a ridere guardando le tue tracce di sperma seccato sul mio piumone, una cosa che non dovremo più fare. ti ricordi quest'estate l'acqua del mare troppo fredda e litigare in mezzo alle rocce e ai paguri, litigare praticamente per tutto, litigare praticamente sempre, e le cene fatte alle una del mattino con le città accese e i discorsi sui cani? in sede via rivoluzione d'ottobre continueremo a camminare facendoci sorprendere dal freddo, viale cittadini pare un tratto di antartide, il vento inizia a gelarmi le mani i polpastrelli le ginocchia e a rallentarmi i passi le foglie mi cadono sui capelli con brevi tocchi mi viene in mente quella canzone che dice sempre cadere d'autunno come le foglie sopra le foglie in un contesto stranissimo cioè al buio con me e te seduti su un divano nero macchiato e tu che mi lasci la saliva nell'orecchio mentre io canto ad alta voce pensando che sono contenta di non piangere più a sentire dente che canta vieni a vivere.
• verde, dente
i pesci rossi non riescono a dormire, e non vanno in psicoanalisi e hanno incubi sensibili. i conigli ariete tu dici che assomigliano a dei topi io ti dico che lo sono, ti spiego che li chiamano così perchè hanno le orecchie che sembrano corna. martedì tredici ottobre ti ho detto che sarebbe successo qualcosa, è successo che c'era un cielo molto azzurro e molto sgombro e io non avevo la macchina fotografica, mi affannavo a ferrara per cercare qualcosa che capita solo un giorno ogni tanto, le giostre mi ricordano te che ridi forte, andiamo sull'autoscontro a cozzare contro i bambini che dieci anni fa eravamo noi. e il brucomela ti fa ridere, io ti chiedo se è ancora verde, è evidentemente verde e sono improvvisamente diventata daltonica, come quella domenica a pranzo da mia cugina che facevi le prove per farmi leggere da lontano e tu chiedevi non leggi hi-tec? e no, non lo leggevo. mi si abbassa la vista e la temperatura, adesso di notte fa molto freddo, prepariamoci all'inverno e alle mie brutte magliette, ai maglioni infeltriti e alla lana benetton a pallini, ai lavaggi sbagliati di mia madre e agli abiti violentati, prepariamoci a liberare tutti i koala dagli zoo e gli inseparabili, che tu mi chiedi ma si chiamano così perchè non devono essere divisi?
• tonight tonight, smashing pumpkins
tutto quello che so è camminare lungo le strade che conosco e non imparare mai a fare i parcheggi ad esse, che dovevamo imparare insieme. ci dicevamo i segreti, in fondo, tutto quello che vorrei adesso è prendere molta pioggia in faccia ed essere lavata, una decina di gatti bianchi e neri che mi camminino sul letto facendo le grinze al piumone che sempre tengo teso, le multe dei controllori e far prendere aria ai treni, spolmonare i treni e prestare i polmoni nuovi a te che non li meriti, il tuo sugo alla cipolla fresca cucinato domenica a pranzo, le tue piante morte sul balcone, l'inverno che ci travolgerà.
• paper boats, the airportman & tommaso cerasuolo
che vengano pure i controllori a controllarmi gli organi interni, dovrei andare in cancelleria a comprare nuovi quaderni e nuovi autunni, nuovi ottobri, nuovi plurarli, nuove buone intenzioni per fare a pezzi gli inverni prossimi e non stare in coda con la macchina per la fiera dei morti. ottobre é un giorno qualunque e rido se penso a quanto poco ci importava delle malattie a trasmissione sessuale, a quante volte non hai risposto alle mie telefonate, e a quando ridevi forte - quante volte, quante volte abbiamo camminato davanti alle mele caramellate, quanti giri in giostra abbiamo fatto, che a vent'anni non puoi più permetterti di voler salire. dammi i biglietti, dammi i baci, dammi le mani che spettinano i capelli, dammi i controllori sui vagoni dei treni, dammi quei viaggi deliranti all'insaputa di tutti, dammi. le poesie e l'iscrizione ai partiti, le tessere sanitarie e i tuoi colloqui al sert come fossimo drogati. dovrei venire a portarti le arance per ogni frase poco carina che hai detto, e scivolare su quest'autunno che mi ricorda tutte le volte che ci siamo allontanati, lasciati, e sopportati male. tutte le volte che sono stata alla stazione salutandone i cartelli e la topografia, tutte le volte che alle stazioni sono stata sola.
• a two haded coin, ultraviolet makes me sick
dico delle bugie, ogni tanto. per esempio che non mi manchi, o che per determinate coincidenze bisogna ricominciare tutto daccapo. o che non mi sento bene per non andare a lezione e non sorbirmi la predica di mia madre, che non mi fa la predica quasi mai. ma degli occhi che ti guardano in maniera obliqua li riconosci, pesano come calcestruzzo e vino. non so perché vino, mi é venuto così. vasco brondi ha chiuso il suo blog credo che non riuscirò mai a spiegarti che effetto mi ha fatto cantare per combattere l'acne di notte di fronte al korova chiuso quella sera di agosto, mentre mi allisciavo (non esiste) il bordo della maglietta per nascondere l'evidente emozione da dissimulare in finto disinteresse. non c'è niente come cantare le sue canzoni di fronte ad un locale senza senso, mi accontento di queste cose limitate, piccole, inutili: cantare le sue canzoni di fronte ad un locale senza senso. e rendermi conto di come saranno queste strade d'inverno, mangiare i pinzini caldi appena fatti con gli affettati in piazza castello, oliati perfettamente, in un cestino coi fazzoletti gialli, su tovaglie di carta di riso con calligrafia in corsivo troppo elaborata, con la mia smania di fare le foto al bordo del bicchiere, con la mia impazienza e la mia stanchezza prematura, con tutte le cose che mi mancheranno quando il tredici ottobre quest'estate sarà finita. credo che non avrò mai vestiti adatti per le mie guerre stellari, dove per guerre stellari intendo le cose che dovrò dire a persone che non conosco in situazioni ostili, in terre di nessuno. credo che mi piacerebbe andare a vedere le mongolfiere contro gli ultimi cieli azzurri di quest'anno. poi pioverà, poi chissà che cazzo succederà ancora.
• nei garage a milano nord, le luci della centrale elettrica
una cosa che mi aveva colpito era quando avevi detto: leggo il tuo blog, e quando non scrivi mi arrabbio. non ti ho mai detto che leggere il finale del tuo racconto mi aveva riportato alla mente i giorni della maturità quando studiando Joyce ripensavo a Silvia che sul diario scrive la frase più bella di tutta Gente di Dublino, e poi la se la ripete ad alta voce come per convincersi che fosse stata davvero reale. poi andavamo in motorino e non capivi quanto mi piacesse il vento, ma é normale, non si può spiegare in che modo ci piace l'aria, o il rumore che fa, o la consistenza del vento sulle gambe, contro le gambe, dentro le gambe. in posti che non te la sei sentito di ignorare, quattromilacinquecentosettata giorni fa, circa. ogni tanto mi ripeto delle cose che ho sentito, o che mi hanno detto ad alta voce, per rendermi conto anche io che queste cose sono esistite sul serio. certe volte non riesco a credere che tu quel giorno abbia usato parole tanto pesanti per raschiare via il nostro esserci parlati con l'unghia più lunga che avevi, quella che usavi per far suonare correttamente le tue chitarre. chissà com'è andata l'estate a torino, piena di vuoti d'aria e di pressioni a bassa quota, chissà se anche tu hai perso il controllo sopra superga e ti sei lasciato trascinare giù dall'aria, ascoltando semplicemente il rumore che fa, lasciando semplicemente che passasse tra le tue gambe corte, di cui ti sei sempre lamentato tanto. ma il mio corpo era come un'arpa, e le parole e i gesti di lei erano come dita sulle sue corde.
• nuvole bianche, ludovico einaudi
sono una persona semplice. invece dei fiori, riesco ad innamorarmi se qualcuno mi regala il catalogo ikea. mi piacciono le gite, all'ikea. quei pomeriggi limpidi di settembreottobre, che fuori è troppo fresco per passeggiare e ci si rifugia a comprare lampade etniche. mi piacciono le pizzerie che hanno a che fare col cinema e che intitolano le pizze con i titoli dei film. mi piace andare in libreria ed annusare le pagine dei libri nuovi, andare a dei concerti ridicoli allestiti nei parcheggi dei centri commerciali insieme a te. mi piace il mare di fano il quattordici ottobre, e andare ad immergere i piedi anche se fa troppo freddo. mi piacevano i panini che preparavi alle due del mattino quando violentavamo il telecomando sky per trovare programmi decenti. a quel punto, si prendevano sempre due strade: guardare all music allo sfinimento commentando acidamente tutti i video in random; mettersi a fare l'amore sul pavimento. una volta hai nascosto le lenzuola insanguinate dentro la credenza degli alcolici, mi domando cosa sarebbe successo se tuo padre il giorno dopo avesse avuto un'improvvisa voglia di amaro lucano. sono una persona semplice, come ho detto. tutto quello che avrei voluto date comprendeva una minima dose di volontà, sincerità, accuratezza.
• cerchi nell'acqua, paolo benvegnù
probabilmente é la verità che non diventerò mai uno scrittore - una volta qualcuno mi chiese come mai usassi il nome maschile nonostante io sia [più o meno] una donna, ma a distanza di anni continua a piacermi così, ho questa specie di godimento sessista della cosa che non é tipicamente mio ma che mi rende adeguatamente soddisfatta che é poi l'unica cosa che mi rende felice dello scrivere. il resto é uno sputare sangue. da bambina volevo fare la ballerina di danza classica. va bene, era per emulare mia sorella, ma avevo solo sei anni. alla scuola di danza mi dissero che ero troppo grassa per ballare, che non avrei mai e sottolineo mai, potuto ballare. come se loro avessero potuto immaginare cosa sarebbe successo al mio metabolismo da lì a dieci anni. il fatto che abbiano avuto ragione é un'altra questione. quando siamo tornati a casa mio padre mi ha spiegato più o meno scientificamente come mai non avrei potuto danzare: non sarei mai riuscita a stare sulle punte, perché lì si sarebbe concentrato tutto il peso, e la mia gamba era troppo pesante per il mio piede. fu un ragionamento piuttosto lineare e lo trovai sensato. non ne ho mai parlato con nessuno, ma ci ho sempre pensato, nel corso degli anni, senza un motivo particolare. non che la danza fosse la vocazione della mia vita, probabilmente era vero che stavo semplicemente facendo un capriccio; non ho mai più sofferto per aver dovuto appendere le scarpe al chiodo. c'è una sola cosa che non ho mai fatto per capriccio, e quella é: scrivere. scrivere non é una cosa divertente, uno pensa che fare lo scrittore sia una cosa figa, non immagina la responsabilità e le paranoie, l'odio, l'insoddisfazione, le manie di persecuzione, l'insicurezza e la nevrosi, che se unite ad un carattere piuttosto rinunciatario possono diventare letali. allora: fu più o meno chiaro, a sei anni, come mai non avrei potuto mai danzare nella mia vita. ma scrivere. scrivere, quello per cui tutti, in questi quasi ventun anni, mi hanno incoraggiato, illuso, e supportato, perché non deve funzionare? perché non posso riuscire a fare l'unica cosa per cui respiro? perché non ho talento, perché non ho un nome, perché sono una rapa senza sangue, perché, perché, perché, perché.
• un giorno come questo, non voglio che clara
settembre aspettando i massacri successivi qualcuno si buttava dalle fineste dei palazzi qualcun altro abbracciava i treni gli altri gli piaceva suicidarsi piano, leggendo poesie, dormendo tutto il pomeriggio, camminando lungo i viali alberati. settembre ti piaceva salutarmi, coinvolgermi nelle tue ricerche assurde, spolverarmi i capelli dalla fuliggine di quasi otto anni. e scrivere le lettere ai responsabili dei numeri verdi delle case produttrici di formaggini da sciogliere in minestra. settembre non perdere la ricetta che mi hai dettato, mi piacerà sicuramente cucinarla un'altra volta, sbatteremo le uova, faremo altre duemilaottocentocinquantasei frittate, fino a farci venire la nausea. mi scrivi messaggi dopo quasi un anno di silenzio, dici "ho scritto sul catrame che ti penso raramente" continui "come back september" finisci "questo perché non sono più capace di scrivere" - guariremo mai dalle nostre ferite, guariremo dalla cellulite, dalle tue bamboline stitiche che ti piovevano addosso coi bomber da false borghesi, rosa e rosse, che ti scopavi nel lettino. i tuoi esami di maturità e la voglia di telefonare, soffocare il telefono sotto il cuscino perché lo squillo non svegli i tuoi alle due del mattino, che domani si deve andare a lavorare in officina, che prenderai il tuo diploma in scuola artistica, che continuerai ad avere voglia e poi a perderla, che continuerai ad avere voglia di parlarmi e poi a perderla, e poi a perderla e poi a perderla, e poi a perderla.
• settembre, aspettando, giorgio canali e rossofuoco
agosto si chiudeva con le tue palpebre come persiane in esultanza sui terrazzi del centro che guardavano strabici nei cortili di fronte alla città del sole. e tu dicevi che i nostri bambini avrebbero avuto giocattoli intelligenti, come i cavalli a dondolo di legno, i libri da leggere che abbiamo avuto noi. agosto si é chiuso con i tappi delle siringhe gettati in piazza bartolucci che a te piaceva chiamare montmartre di ferrara, ai piedi dei gatti con l'aids dai quali anche noi saremmo dovuti scappare. si esauriva agosto con i passi che ti seguivano nei chiostri e le fontane capricciose che si azionavano da sole a proprio piacimento, coi buchi nell'erba e le zanzare di piazza ariostea, coi suoi commessi malavitosi e le telecamere nascoste, coi baristi che sniffano le righe bianche dei parcheggi per i residenti, liberi la domenica per i nostri porci comodi. agosto si sfiniva tra le nostre braccia, e le mani aperte a ventaglio per dare fastidio ai capezzoli dolenti, i polpastrelli per stringere i fianchi, consumare l'acqua calda della doccia per fare gli amanti di the dreamers - non ci passava nemmeno per la testa settembre, e i giochi pirotecnici che saranno installati nel parco urbano di nuovo l'anno prossimo, i chioschi già aperti la domenica alle due, i giornali che volano dai tavoli di legno, le panchine ancora gonfie di pioggia. ferrara disponibile come un'adolescente un po' insolente a gambe aperte e ginocchia poco strette - tutti i gelati che mi hai comprato, tutti i pranzi, tutte le volte che siamo usciti a cena, tutti i vestiti che abbiamo sporcato. scopare in piedi di fronte al lavandino stando attenti a non aprire l'acqua per non disturbare, spararsi le fiale di panna montata in gola, spararsi enrico mentana alla televisione all'ora di cena, portarsi la pizza a casa, giocare coi preservativi e le tue dita che odorano di lattice quando mi facevi le carezze ai capelli. settembre aspettando i massacri successivi non si ricorderà niente, forti amnesie di quando abbiamo mangiato in piazza castello ad ore assurde di pomeriggio e gli incontri romantici, l'odore delle pagine alla feltrinelli, i libri di paolo nori e i giardini chiusi per restauri. mi porti sulla cima delle torri a guardare i pesci siluro che nuotano sfidando l'acqua torbida. mi porti al massari a giurarci amore eterno, mi porti a mangiare in una casa costurita sulle tribune dell'ippodromo, che se ti affacci vedi dove è morto federico aldrovandi, giustizia, verità. verità per federico aldrovandi.
• se telefonando, mina
dice che mi drogo di aspirina. e che devo portarmi l'autan, perché a ferrara le zanzare mi mangeranno. chi sa che ho il sangue dolce alzi la mano. adesso quando ne perdo dal naso, ho imparato a tenere la testa bassa dentro al lavandino, per lasciare che tutto fluisca via, senza peso. portami a vedere le luci della centrale elettrica, fammi sentire importante. fai sentire importanti, per una sera, le lampadine. e i gomiti delle braccia. gli angoli delle strade dove ogni tanto, qualche propietario intelligente, apre un negozio. sarebbe stupido rimpiangere i miei pomeriggi a lezione, l'odore dell'autunno che sempre più si ghiaccia verso l'inverno. rimpiangere le discussioni furibonde su bachtin e moravia, con qualche cenno ironico al tuo amato svevo. sarebbe stupido rimpiangere la tua barba, che hai cominciato a raderti da quando ti sei innamorato, perdendo la metà del tuo fascino insieme alle parole che avevi per darmi addosso dicendo che zeno cosini era migliore di vitangelo moscarda. rimpiango le orecchie alle pagine dei libri, me e te che camminiamo lungo il viale intirizzito cercando regali per natale, o prima ancora semplicemente aspettare l'arrivo dei treni scaldandoci nei bar con le cioccolate fantasiose che ti sei disturbato ad inventare. le fossette nelle guance e le battute a sfondo sessuale. tutti i centocinquanta modi che avevi di toccarmi la mano o di urtarmi per sbaglio il ginocchio sotto al tavolino, fingendo di esserti sbagliato.
• a deafening distance, god is an astronaut
prendersi cura é un verbo difficile, come trovare posto seduti sugli intercity di quest'italia sfasciata. gran parte dei miei mal di testa invernali sono stati causati dall'odore che si percepisce nelle stazioni ferroviarie, un odore di bruciato e ruggine bagnata, tremendo per le emicranie. nonostante questo mi mancano i ritardi puntuali dei treni, i carabinieri, la malinconia sgocciolante, l'odore dell'inverno che c'era ad arezzo quella sera ascoltando i deus e pregando a mani giunte che non piovesse. poi ci ha travolti la primavera - con gli esami che non ho dato, le morti, le camomille per dormire, i viaggi in macchina, le settimane di temporali, la grandine, pina bausch che balla. chissà che cosa stavi facendo quel pomeriggio di aprile che ancora non ci conoscevamo, camminavo lungo viale cittadini con i libri stretti sottobraccio, le converse allagate, un gran freddo nelle ossa, piccole speranze, i capelli fradici. eravamo due bombe ad esplodere ma totalmente ignare. di lì a un mese e mezzo ci saremo incontrati, saremmo entrati in collisione, ci saremmo mischiati la saliva e altri liquidi poco invitanti. in quel momento eravamo solo pioggia. solo pioggia pesante sui vestiti, che impedisce qualsiasi passo in avanti.
• io e te, pgr
nonostante la febbre mi trascinerò stancamente verso un cinema all'aperto, sulle sedie verde scuro anni novanta di plastica. le stesse, devo supporre, di quando alquanto furbamente l'agosto di due anni fa, ti sei sdraiato a lisca di pesce sulle mie gambe interdette. ti accarezzavo il rettangolo di pelle tra il colletto della maglietta troppo elegante, e i capelli che avevi ancora lunghi: hai fatto bene a tagliarli. anche due anni fa era mercoledì, ci siamo stupiti quando sull'erba, a notte fonda, ci é presa voglia di frugarci e di toccarci, anche in parti decisamente intime. sono passati due anni e più o meno 3895 modi per passare sopra la nostra amicizia coi piedi, pulendoci le scarpe come un tappetino. parlo come al solito quell'alfabeto che non sempre traduci in maniera brillante. tutto quello che mi aspetto come picco di amicizia sarebbe farci fare uno sconto di cinquanta centesimi grazie alla carta giovani e alla tessera universitaria per il biglietto del cinema. non ho mai preteso granché, per il resto, spero tu te ne ricordi sempre.
• lezioni di musica, il teatro degli orrori
improvvisamente, in concomitanza col mio cervello, tutti gli elettrodomestici saltano, fanno corto circuito e salta la corrente. tutto per un tostapane acceso, per tostare del pane nemmeno tanto buono. uno di quei giorni ti chiamo per domandarti se leggi ancora il moleskine che ti ho scritto quest'inverno, quando mi faceva male la mano nello stesso identico modo, i tendini, quella roba lì, le nocche puntualmente gelate. mi rendo conto di essere fondamentalmente monotematica. é sicuramente l'assenteismo universitario che mi fa quest'effetto, o la prima volta che mi hai detto ciao mentre leggevo borgese, di fronte all'aula di cinema dove aspettavamo la lezione su méliès. ma ci arrivavano nozioni di fotografia, modulo a. ogni tanto ho l'impressione che le stalagmiti di quel periodo non si siano ancora sghiacciate tutte, temo di aver ancora qualche grammo di neve nelle tasche. non riesco a svernare. ogni tanto dovresti ancora frugarmi tra il collo e la sciarpa facendomi ridere, per cercare i residui di grandine; i pomeriggi in cui non ti rivolgevo la parola e me ne tornavo alla stazione a piedi sono stati fatali. le converse si sono allagate, non si sono riprese più. mi sembra ancora di correre verso quei due poveri cristi, in un pomeriggio di maggio, pregandoli di aiutarmi a rimettere in moto la macchina, con i cavetti rossi e neri tra le mani.
aiuto, aiuto, chi se ne frega dei vostri vestiti bianchi. mi sembra ancora di parlare del mare di termoli, con quella signora vecchia mille anni. mi pare ancora di vederti, che guardi le fotografie a naso per aria per interi minuti, per ore, nel bluverdearancionero di una mostra. polaroid di tuffi e robe così. scommetto che è emilie simon, ed è proprio emilie simon. poi mi dici che temevi mi fossi dimenticata. non hai capito che é la memoria di ferro che mi uccide.
• song of the sea, émilie simon
tiravi su la pagina del tuo segretissimo diario e si intravedeva che avevi scritto agosto è il mese più freddo dell'anno. in agosto è tradizione che tutti noi portiamo dei fiori ai piedi dei perturbazione e violentiamo questa frase precisissima per il gusto della puntualità. e tu dicevi che quando non sapevi cosa regalare, andavi alla fnac e compravi sempre in circolo. un disco di quasi dieci anni fa, che ancora fa sentire i suoi effetti collaterali. siamo banali, siamo tanto tanto banali. ci piace usare le stesse frasi come dei feticisti abituati. ci piace stare a letto se abbiamo mal di gola. ci piace rimandare a domani quello che potremmo fare oggi. ci piace fare finta che vogliamo consolare gli amici, ma quando ci telefonano vogliamo arrivare al punto. e ci piace avere il blog, il tumblr, il flickr, il twitter, il secondo blog, il secondo cellulare, la vacanza perfetta, la partenza intelligente, il biglietto del superenalotto perché non si sa mai. io invece voglio solo andare al cinema.
• agosto, perturbazione
ti ricordi di quando discutevamo sui gusti sessuali di alessandro raina ti ricordi di quando parlavamo nella tua camera da letto che avresti lasciato a breve per trasferirti in un appartamento di quartiere ti ricordi di quanto mi facevano male le scarpe ti ricordi di quando mi toccavi i piedi e i buchi del naso, cristo, ti ricordi quando mi toccavi i buchi del naso? e dicevi che ti piaceva mentre mi sentivo a disagio perché le mani nel naso nessuno aveva mai avuto voglia di mettercele, ti ricordi quando andavamo a fare la spesa a notte fonda di quando mi spiegavi le cose mi dicevi di premerti coi seni contro la schiena di quando mi prendevi per il culo perché non so reggere il vino di quando leggevi veronesi nella tua cucina alle tre del mattino ti ricordi dei frappé delle sedie troppo alte delle entrate delle uscite di quando ti ho svegliato nel mezzo della notte ti ricordi dei cani che tentavano di accoppiarsi nei prati degli sposi che si facevano fotografare al tramonto di quando ci siamo persi del sudore colato sul collo per cercare di andare a pranzo, ti ricordi? ti ricordi del rumore che fa il ventilatore acceso delle fondamenta inclinate della tua casa dei drogati nell'ascensore delle scale fatte a piedi in discesa dei posti parcheggio occupati delle mani sporche di olio dell'impronta della bocca sul collo di vetro delle birre ghiacciate dei caffè degli apertivi dei post-aperitivi dei quesiti sui cartoni animati ti ricordi?
• la convinzione, amor fou
abbiamo trascorso un inverno intero aspettando la neve, con te che me la infilavi nel cappotto e comprando le cioccolate con gli spiccioli trovati in fondo alle tasche. non credo di poter dimenticare i viaggi chilometrici in autobus aspettando che passassero le mezz'ore e noi due nascoste sotto il portico dei carabinieri in attesa che spiova. queste sensazioni adesso mi sembrano come le pozzanghere di quel giorno d'inverno, vuote e concentriche, senza capacità di asciugarsi. ci sono ancora diverse cose che hai tenuto per te, che mi appartengono. insieme a brutte fotografie, anche cose che ti ho detto che forse non avrei dovuto dirti, eccetera. non c'è una medicina che curi tutti i tipi di raffreddore. non mi dire che dovremmo avere pazienza, non dirmi che dovremmo essere capaci di perdonare. io ho camminato per centocinquantamila volte con i vestiti troppo leggeri al centro dell'inverno, desiderando ancora essere seduta tra le poltrone rosse di un cinema a guardare film d'essai col blocco appunti per scrivere stronzate, io ho camminato milioni di volte a testa bassa senza riconoscere la gente e non c'è mai stato nessuno che mi abbia strattonato per fermarmi.
ogni tanto spengo la luce e desidero essere cancellata dal buio. ogni tanto spengo la luce e desidero essere cancellata dal buio. ogni tanto spengo ancora la luce e desidero essere cancellata da buio.
• can't remember, sense of akasha
un giorno ti ho comprato un quaderno. ci ho scritto per diversi giorni, poi non l'ho più aperto. nemmeno riletto. ho pensato tante volte di spedirtelo, all'inizio doveva succedere per il tuo compleanno. poi ho prorogato le scadenze, come al solito. poi abbiamo litigato. poi ho pensato che te l'avrei spedito comunque, anche incompleto, perché sapevo che avresti voluto così. ogni tanto ci ripenso. ti penso molto spesso, anche se tu dici di no, credi di no, e siamo quello che siamo, cioé due foglie di uno stesso albero che si guardano ogni tanto. c'è stato un attimo che ci piaceva stare vicine. oggi é morto il padre di una persona importante, questa cosa chissà come mai mi fa pensare ai tuoi capelli. per curare i miei dolori insignificanti sono entrata in libreria e mi sono illusa di saper scrivere. ti ho pensato molto spesso, quest'inverno, mentre aspettavo i treni alle cinque del pomeriggio col buio, ti ho pensato molto spesso quando ho letto le tre lettere del diminutivo del tuo nome, sui vagoni. ti ho pensato molto spesso in diverse circostanze, anche se non ho avuto sempre voglia di dirtelo. questa cosa è come un vaso di vetro, tu eri un vaso di vetro, io e te eravamo un vaso. poi il vaso si é rotto, tantissime volte ci siamo messe a raccogliere pezzi infinitamente minuscoli. a volte ho dovuto spingere la mano sotto il mobile, arrivando anche a ferirmi, pur di tirare fuori schegge e briciole. dopodiché non conosco altri modi e codici per dirti che ti amo e che hai un posto in me come una specie di scheggia tra i ventricoli. é patetico andante, ma è così. tu mi sei passata attraverso, anche le volte in cui ho avuto voglia di picchiarti, di trattarti male, anche le volte in cui sono scappata da te e dalla situazione in generale, anche le volte che sono stata indifferente, e quelle in cui ascoltandoti parlare ho pensato che della tua voce non me ne importasse più. ci voleva che morisse il padre di simone per farmi scrivere queste parole assurde.
• animali che nuotano, il rumore del fiore di carta
mi manca l'acqua che mi schizza sulla schiena mentre parliamo di cose abbastanza delicate in mezzo ad una folla di persone che non hanno idea del mio rimanerci male - te ne accorgi solo tu che sei l'unico che non ci dovrebbe far caso. mi sveglio alle quattro e mezzo con un rumore fortissimo di tuono, adesso so che i temporali feroci che si vedono nei film sono possibili, non guarderò mai più come dio comanda pensando cinica che la tempesta dura troppo. adesso mi leggerò bastogne. e poi l'amante di lady chatterley. mi manca quell'agosto che io e te non eravamo mai a casa e faceva caldo come dovrebbe fare caldo d'estate e non ci pareva vero che stesse finendo il buon tempo. mi manca non essere più una vergine tra le tue braccia. mi viene in mente quanto sono stata sveglia fissando il tuo soffitto senza muovere un muscolo o sfregando le gambe sotto le lenzuola per decidere di mandare il destino in direzione opposta e contraria. mi viene in mente ogni fallimento di idea e la colazione che mi sembra di aver replicato da una vita. mi viene in mente che un milione di anni fa tenevi la bocca premuta contro il cuscino per non farti baciare quando ti ho detto di chiudere gli occhi. mi viene in mente che volevo solo scriverti addosso con la bic, e me la mettevo nello zaino sperando che avrei avuto l'occasione di farlo.
piove leggo stesa sull'erba bagnata mi faccio un bagno in una casa vuota e metto un maglione evidentemente troppo pesante per agosto - che puntualmente é il mese più freddo dell'anno.
mi viene da sorridere pensando a te che canti guccini o de gregori. quanto semplice mi é sembrato sentirti dire avevo la rivolta fra le ditadei soldi in tasca niente e tu lo sai e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai.
• manca l'acqua, diaframma
marco scalcione ha capito tutto, della vita. ha capito che per rendere bene la pioggia sulla tela bisogna fare dei leggeri tratti bianchi, come meteore. tipo la scia degli aeroplani. faccio i miei quotidiani esercizi di diplomazia, mi devi prendere ancora la faccia e dire che non ti vuoi cercare nessun altra ragazza, devo ancora fare su e giù col treno fino a conoscere ogni tornante. poi mi viene da ridere se ritrovo un brandello di cartaccia blu e fuxia vicino al comodino, con la tua mania di nascondere le prove e con la tua maestria nel fare i nodi. mi accarezzi la faccia e le tue dita odorano di lattice esattamente come le mie quando pulisco la macchina facendoti ridere facendoti credere di avere quattrocentomila manie che invece non ho - non sei pronto alle battaglie verbali e alle cartacce non sei pronto per gli aerei a bassa quota non sei pronto a stare a galla da solo, voglio darti la mano. io sono una guerriera del fine settimana, ascolto questa canzone perfetta, mi domando se avrò soldi per fare metano, per ricaricare la tessera per noleggiare i film, se queste rose smetteranno di fiorire mai, altre cose di poco interesse. devo sparecchiare la tavola, devo imparare a stare ferma quando mi girano intorno le vespe.
• weekend war, mgmt
ho smesso di studiare, ho smesso di leggere, ho smesso di andare a letto tardi, ho smesso di prendere il treno. le cose che prima guardavo dal finestrino, adesso sono diverse. ho in mente ancora tutto il ghiaccio di quel martedì che ha grandinato nel tragitto facoltà-stazione, quando ti chiedevo di baciarmi e tu cercavi di lasciarmi (al telefono). ho in mente le mie converse piene d'acqua che hanno sopportato l'autunno, l'inverno, l'incerta primavera e nonostante la fodera si stia staccando e i buchi, stanno sopportando anche l'estate. questo perché non so perdere le cose, mi mette pensiero avviare un paio di scarpe nuove, vorrei comprarle già con la forma del mio piede, abituate. ho smesso di avere paura di mettere il costume, magari la gente mi guarda ancora, ma non mi sembra di scivolare granché mentre ti porto per mano verso l'acqua, il che é un grande progesso. ho inziato ad occuparmi di una cosa sola, il che non é sempre divertente. ho perso sicuramente qualche grado, anche se fingo di no. ho imparato a non avere paura di parlare al telefono con persone sconosciute, ti ho sentito dire che se continuerò così per altri dieci anni, ci sposeremo. e nonostante gli imbarazzi e le grida e le cose che ancora non riesco a capire, ad accettare ed ammettere, nonostante le tue valigie per torino, e la continua ricerca di denaro, e le canzoni che fanno ancora male, sono contenta di aver parlato al telefono con te quella sera. sono contenta di non essere stata tranquilla.
una cosa che non avevo ancora mai fatto con i libri, era misurarli con il righello. quando si tratta di preoccuparsi delle cose degli altri, a casa mia vige l'omertà (tipo: dov'è il metro? non lo so, e magicamente dopo mezz'ora qualcuno ce l'ha in mano).
comunque, quando capirò che i miei fermalibri non fermano realmente i libri, sarà sempre troppo tardi.
• patient one, yuppie flu
due anni fa un signore meglio conosciuto come il mio vecchio professore di letteratura, mi ha regalato uno strano libro chiamato blankets, che la prima cosa che ho dovuto fare, nonostante i ben dodici anni di inglese , è stato guardare sullo zanichelli italiano/inglese inglese/italiano, per capire che voleva dire coperte. questo fumetto, che per altro é uno dei forse sei o sette fumetti in tutto che ho letto nei miei vent'anni, ancora me lo sfoglio ogni tanto, ancora mi lascia incredula, soprattutto ancora mi fa piangere. è nelle cose autentiche e adolescenziali che sto bene, ci sguazzo come un pesce. anche craig thomspon è una di quelle persone a cui vorrei fare un busto nel mio ideale giardino dei busti dove le persone che mi hanno emozionato, meritano tutta la mia gratitudine. un altro busto questa settimana va a nuvoleanomale perché mi ha fatto schiantare di risate oggi pomeriggio. chi si é accorto che 1) non sto più scrivendo come scrivevo prima e 2) parlando di quello di cui parlavo prima, è pregato di mandarmi un'e-mail.
dopodiché. voglio la borsa di tela e la maglietta di baronciani, ma soprattutto vorrei che quando dicevi "ehc'èbaroncianiapesarosepartivamoungiornoprimapertorinomagaririuscivamoabeccarlo" fossimo davvero partiti un giorno prima, perché ci eravamo messi in testa di riempirci le tasche di spillette. mi pare assurdo che baronciani faccia anche gli asciugamani, io non mi pulirei mai il culo su certi disegni. tu però ti sei pulito il culo sulla nostra amicizia. poi sul sito di un'altra ragazza che dovrebbero fare regina delle marche, trovo le illustrazioni per le uniche canzoni dell'inverno 2008 degne di nota, e queste coincidenze mi fanno male almeno quanto mi stupiscono.
! www. nuvoleanomale.myblog.it
• underdog, kasabian

martedì quattro novembre duemilaotto giacomo bevilacqua era talmente aperto e disponibile che chiedeva ai suoi lettori che cosa volessero che fosse scritto sulle loro t-shirt. chissà se oggi lo farebbe ancora, ho voglia di telefonargli per chiedergli se mi fa una maglietta con scritto "a panda piace... prenderlo nel culo". è la mia t-shirt perfetta. poi invece tu mi mandi la foto della tua maglietta nuova, mi dici che ci incontreremo al quirinale. oggi hai preso centodieci, mi hai chiamato dicendo bene-bene con un sorriso che pareva qui. nel frattempo mia sorella compie ventiquattro anni, le mestruazioni scemano la loro razione di sangue, (ri)ascolto una canzone terribilmente carica di ricordi dei rolling stones, paolo savelli mi chiama e io non faccio che dirgli sono contenta sono tanto contenta che disegni per me. oggi hai finalmente ripetuto la tesi per cui da quattro mesi mi dicevi che non potevi restare, e dici che vorresti sapere il mio umore.
il mio umore é schiacciato a sottiletta lungo l'asfalto caldo. in televisione c'è zelig, la tenda della cucina si muove lentamente, mentre metto i piatti sporchi nella lavastoviglie. improvvisamente vorrei solo avere quella t shirt del cazzo. improvvisamente vorrei solo che mi venisse un infarto.
! questo ragazzo é un mito vivente del cazzo, gli voglio fare una statua di granito in piazza IV novembre
www.pandalikes.blogspot.com
• curriculum, virginiana miller
non sono figa come tutti questi fumettisti che pubblicano su blogspot e sanno esattamente dove andare, io ho dei blog confusi che non raccontano mai la stessa storia. sto chiedendo ad un numero infinito di persone di occuparsi di una cosa che non si traduce in banconote da venti e cinquanta euro, sto cercando di pubblicare un libro che non so se mi appartiene, sto pensando a quanto sono carine le ragazze quando si mettono la maglietta blu con la esse di superman, una cosa che io non posso fare perché ho troppe tette. ci sono cose che mi mettono terrore, per esempio farmi vedere nuda. ma anche ad esempio rendermi conto, a distanze molto ravvicinate, che in effetti quello che sto facendo é un totale suicidio. otto gabos mi fa paura, tipo che sul suo sito ti sembra veramente di aver calpestato il tappetino d'ingresso con le scarpe sporche di fango. voglio tornare indietro. c'è molta gente che si occupa di fumetto, e molta gente che non si occupa di te.
é solo che ho del tsh ricombinante in circolo e, ovviamente, le mie cose.
• fermo!, offlaga disco pax